Due righe per dire che ho aperto un canale su Youtube, a questo indirizzo. Non ci sono miei video, e forse non ce ne saranno mai; ma ho collazionato tutti quelli che ho trovato e che mi piacciono. Non perdetevi le playlist dedicate ai documentari sulla pianista Hélène Grimaud, e i vari video su gattini e cagnolini. 
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ISOLA
Pantelleria è un’isola. Detta così pare un’ovvietà. Ma il fatto è che dalle altre isole che fanno parte dell’Italia, la terra si vede sempre, perché nessuna è sufficientemente lontana dal continente, o da una delle isole cosiddette maggiori (Sicilia e Sardegna); o almeno fa parte di un arcipelago. Anche da Lampedusa, che è ancora più lontana di Pantelleria, si vede Linosa, l’isoletta satellite, e viceversa. Se uno, da Pantelleria, cerca sulla linea dell’orizzonte, non vede niente, in nessuna direzione. Né altre isole, né continenti. Dicono che in giornate di visibilità particolarmente buona si veda la costa dell’Africa; se è ottima, si vede la Sicilia. Io ho guardato e non ho visto niente. Non solo: il mare è particolarmente deserto di navi e imbarcazioni varie. Al massimo ci sono i (pochi) traghetti che arrivano e partono, altrimenti niente; né pescherecci, né motoscafi, né cargo, né barche a vela. Il vuoto totale. Da tutto quanto sopra, se ne deduce che Pantelleria è veramente un’isola.
ABITANTI
Gli abitanti sarebbero i “panteschi”. Tecnicamente, siciliani. In realtà, di siciliani veri sull’isola ce ne sono piuttosto pochi. Vi sono altre due comunità, invece, piuttosto cospicue:
- i fuggitivi. Non poche persone, provenienti dal continente – Italia e non solo – che, ciascuno per qualche personalissima ragione, ha voltato le spalle al suo mondo e alla sua vita precedente e ha ritenuto di avere buone ragioni per ricostruirsi una vita a Pantelleria, avviando qualche attività. Tradizionalmente, le destinazioni classiche di chi ha abbastanza pochi soldi e vuole scappare sono i Caraibi o l’Indocina. Ma anche Pantelleria si presta bene allo scopo, evidentemente.
- i VIP e/o ricchi non esibizionisti. Il loro capo spirituale è Giorgio Armani. Evidentemente Pantelleria offre loro quello che cercano, ovvero tranquillità e riservatezza. Si sono comprati i dammusi, li hanno fatti ristrutturare in tutta eleganza e comodità, e ne hanno fatto il loro buen retiro. Pantelleria non è la Costa Azzurra né la Costa Smeralda. Non c’è nessuno struscio da fare perché non c’è nessun posto per fare lo struscio. Non c’è nessun modo di farsi vedere e fotografare in un locale di tendenza perché non c’è nessun locale di tendenza. A loro va bene così, la loro presenza viene segnalata – in modo estremamente anonimo, peraltro – dagli aerei executive parcheggiati sulla pista dell’aeroporto durante i mesi estivi, e basta. Poi se ne stanno nelle loro residenze a farsi gli affari loro, quando escono nessuno li nota più dello stretto necessario, e sono contenti così. Insomma, Berlusconi a Pantelleria non ci andrebbe mai, e forse è proprio per questo che ci vanno loro.
STORIA
A Pantelleria ci sono passati un po’ tutti: i Fenici, i Greci, i Romani, i Bizantini, gli Arabi, gli Spagnoli e chissà quanti altri. Già nella preistoria era conosciuta in quanto vi si estraeva la preziosa ossidiana, e infatti la popolazione corrente in quel momento, i Sesi, ci costruì i monumenti megalitici a tutt’ora visibili (anche se io non li ho visti, non ho avuto tempo). Invece gli Arabi hanno lasciato praticamente tutti i toponimi a tutt’ora utilizzati: Gadir, Khamma, Bukkuram, Khattibuale, Rekhale, e vari altri. Grazie ad alcuni di essi, e alla loro assonanza col tedesco, ho potuto “sentirmi a casa” un po’ di più: Mueggen, dove risiedevo (anzi, Müggen) avrebbe potuto essere un paesino della Svizzera tedesca; Bugeber e Gelfiser delle vette delle Alpi austriache.
Anche lo stesso nome Pantelleria viene da Pant-el-Riah, che in arabo significa “Figlia del vento” (più avanti capiremo perché).
GUERRA
In previsione della seconda guerra mondiale, l’isola venne fortificata e divenne una base aerea teoricamente imprendibile; a tutt’ora è possibile vedere le fortificazioni lungo tutto il perimetro dell’isola, le casematte e le postazioni per cannoni e mitragliatrici, e si dice anche di passaggi sotterranei che si ramificano in tutta l’isola. Poi c’è l’aeroporto, costruito in quell’occasione con gli hangar sotterranei pluripiano, progettati da Pier Luigi Nervi (ancora visibili), e il porto che non venne realizzato in tempo né allora, né dopo. Si sarebbe detto che la guerra portò sull’isola solo sviluppo, strade, aeroporto e infrastrutture, se non fosse che, per prendere la base imprendibile (lo stesso Eisenhower diceva che tentare l’assalto militare di Pantelleria sarebbe stata una follia capace di gettare nello sconforto tutte le truppe alleate) si decise di radere al suolo il capoluogo con un bombardamento a tappeto da alta quota, che lo polverizzò letteralmente pur senza fare vittime, in quanto tutti, compresi i civili, erano nascosti nelle superprotette strutture militari. Resta da capire se i terribili armamenti panteschi fossero stati uno dei tanti bluff mussoliniani (a cui però gli Alleati avevano creduto) o ci fosse sotto qualcosa di vero. E’ divertente il fatto che l’ammiraglio in capo, per ottenere da Mussolini il permesso di arrendersi, avesse dichiarato che le riserve d’acqua erano esaurite. Si scoprì poi che la cosa non era vera, ma di fatto quest’ulteriore bluff permise di evitare ulteriori distruzioni e perdite umane.
Va poi citata la cosiddetta “battaglia di Pantelleria”, una delle (poche) battaglie navali risultate vittoriose per l’Italia, in cui venne distrutto un convoglio navale inglese diretto all’isola di Malta.
CAPOLUOGO
Ricostruito senza arte né regola dopo la guerra, è senza dubbio il posto più brutto e insignificante dell’isola. Alcuni condomini (ancora) in stile fascista (compreso il motto “Patria e onore” sul palazzo della guardia costiera che sicuramente non è sopravvissuto ai bombardamenti, e quindi riscritto dopo la ricostruzione) attorno allo storico Castello aragonese; un porto tristissimo, perché quasi completamente vuoto: un paio di pescherecci disastrati, qualche barchetta e praticamente nessuna barca a vela (e meno male che il vento da queste parti non manca di certo). Strano che di tutti i ricconi che hanno colonizzato l’isola, la vela non interessi a nessuno. Un’altra particolarità interessante del porto sono i relitti affioranti a pelo d’acqua di un antico molo fenicio proprio al centro del bacino, perfetti per rifare la chiglia alle imbarcazioni non bene informate.
CLIMA
Del tutto assurdo. Va bene che pare che io abbia centrato una situazione di irregolarità metereologica piuttosto pesante, ma ad 80 chilometri dalla Tunisia non pensavo certo di non poter fare a meno praticamente mai, a metà maggio, di pile e giacca a vento. Il cielo faceva pensare a una primavera tedesca piuttosto che pantesca (cielo azzurro con nuvoloni bianchi che corrono a velocità relativistiche, ogni tanto uno scroscio di pioggia). Sul vento, in un posto che si chiama figlia del vento, siamo d’accordo, ma quello oltre i cento all’ora che ha fatto chiudere l’aeroporto proprio il giorno in cui io avrei dovuto partire, per di più proveniente da sud e quindi caldissimo, non l’avevo sentito mai.
PAESAGGIO E NATURA
L’isola è vulcanica. Quindi si trovano solo rocce nere, laviche, ossidiana e basalti. Questa è la caratteristica basilare dell’isola, che pertanto non ha nemmeno una spiaggia di sabbia o ciottoli. Generalmente le coste vanno giù a precipizio a pochi metri dalla riva, il che rende impossibile la balneazione ai tipi da spiaggia mentre sono il paradiso degli amanti delle immersioni, in quanto sulle pareti rocciose sottomarine c’è (dicono) di tutto, compreso il corallo. Le pareti scoscese formano anche grotte, in cui recentemente, dopo molti anni, pare sia stata avvistata la foca monaca.
Fuori dall’acqua, l’isola è comunque splendida. La posizione al centro del Canale di Sicilia la fa godere di un microclima molto particolare, che ha abbastanza poco a che fare con quello della vicina Africa, infatti è molto umido e permette la crescita di coltivazioni rigogliose (soprattutto viti e capperi) che avvengono generalmente raso terra, protette dai muretti di pietra lavica. Palme e fichi d’india ce ne sono, ma non sono moltissimi; rilevante è invece un bosco piuttosto esteso di pini marittimi sotto la Montagna Grande, la cima più alta dell’isola, più di 800 metri, su cui sono stati installati i ripetitori della televisione e le antenne per i cellulari. I cellulari, peraltro, non hanno nessuna speranza di prendere il segnale se ci si trova dietro un dammuso, le tipiche case pantesche di origine araba, costruite in pietra lavica: ampie, con muri spessissimi intonacati a calce, fresche d’estate e calde d’inverno, sono ciò che contraddistingue e rende unica la presenza umana nel paesaggio pantesco. Poi ci sono gli orti panteschi, recinti circolari di pietra lavica al cui centro cresce un albero da frutto, per ripararli dai venti. Al di sopra della zona coltivata, ci sono molti sentieri che permettono di passare in pochi minuti negli ambienti più diversi: fascia temperata, steppa alpina, aree vulcaniche coperte o no di macchia mediterranea.
L’animale più diffuso dell’isola dovrebbe essere il geco, una specie di lucertolone che se na va in giro dicendo gek-gek, ma io non ne ho visto nemmeno uno; in compenso ho visto molte lucertole normali che in genere, quando attraversano la strada, si fanno mangiare dai gabbiani che scendono in picchiata come falchi e in questo modo variano la loro tradizionale dieta a base di pesce. Peraltro, non è che i gabbiani mi stiano così simpatici, dato che qua a Torino gli unici che ci sono stanno nella discarica dei rifiuti e quindi li associo all’idea di animali sporchi e parassiti, tipo i ratti; o a quell’antipatico presuntuoso esaltato del gabbiano Jonathan Livingston (non ne avete mai sentito parlare? Meglio per voi, quando io ero piccolo quella bestiaccia veniva citato da tutti come esempio di altissima letteratura e inflitto a chiunque fosse tra i 13 e i 18 anni, manco che fosse un personaggio di Walt Disney). A livello di mammiferi, un cenno particolare all’asino di Pantelleria, che ugualmente io non ho visto perché è in via d’estinzione, ma lo stanno facendo riprodurre, però in Sicilia.
VULCANISMO
L’isola è vulcanica (l’ho già detto?). L’ultima eruzione avvenne attorno al 1890, ma non sull’isola bensì sott’acqua a qualche chilometro da essa. Si pensava che sarebbe nata una seconda isola, ma questo non accadde. L’episodio dell’isola Ferdinandea, emersa e sommersa dai flutti in pochi giorni, avvenne ancora qualche decennio prima, a metà strada con la Sicilia; probabilmente anch’essa faceva parte dello stesso sistema vulcanico.
L’isola è piena di testimonianze delle passate eruzioni: colate laviche, conche crateriche. In particolare da segnalare le frequenti fumarole, che in un paio di casi sgorgano all’interno di grotte e che permettono quindi di fare la sauna; sorgenti di acqua calda, o in prossimità della costa (in alcuni casi convogliate in vasche scavate nella roccia in cui ci si può bagnare) o proprio sottomarine. E poi la particolarità dello Specchio di Venere, un laghetto interno a una conca craterica formato da acque provenienti da sorgenti sotterranee, dove ci si può fare i fanghi. Comunque su tutta l’isola non esiste un solo stabilimento termale, per cui le cure sono piuttosto rustiche e autogestite, cosa assai divertente (tipo che vedi due tedeschi che si avviano su per un sentiero in costume da bagno e asciugamano sulle spalle e capisci che vanno alla sauna naturale).
ORDINE E PULIZIA
Notevolissimi su tutta l’isola. Dell’ordine delle colture e delle abitazioni (a parte l’orrido capoluogo) abbiamo già parlato. Va rimarcato anche il fatto che il coefficiente di lavatrici, scaldabagni e calcinacci abbandonati in margine alla strada è bassissimo, più che in tutto il sud Italia (non è proprio allo zero assoluto, ma questa sarebbe utopia pura).
COSA SI MANGIA
Capperi, soprattutto, sempre ottimi e gustosi. Verdure. Formaggio. Ovviamente vino, il moscato e il passito di Pantelleria, una prelibatezza. Pesce meno di quanto si potrebbe immaginare – l’economia dell’isola è prevalentemente agricola, data la scarsità di approdi per le barche – salvo a capitare in un posto come quello dove ero io, in cui un cuoco con i capelli lunghi raccolti in treccia si dilettava di produrre piatti di pesce talmente elaborati e artefatti da non sembrare neanche più pesce, al punto da accogliere anche il mio apprezzamento, cosa straordinaria dato che io odio il pesce.
TRASPORTI
Sicuramente l’isola non sarebbe quella che è se non ci fosse il suo aeroporto. Nato, come si è visto, per esigenze militari, a tutt’ora è un aeroporto militare aperto al traffico civile: fondamentalmente un minuscolo aeroplanino bielica che fa la spola varie volte al giorno con Trapani, il capoluogo di provincia, gestito da una compagnia che si chiama Avantiair; qualche volo su Palermo e qualcuno su Roma, gestiti invece dalla Air One. E’ grazie all’aeroporto che arrivano i turisti, dato che via mare i collegamenti, evidentemente destinati soprattutto alle merci, sono scarsi, lenti, notturni e in partenza da Trapani, onde per cui sarebbe necessario, se proprio uno volesse arrivare a Pantelleria con la sua auto, attraversare tutta l’Italia e la Sicilia per imbarcarsi. Meglio prendere l’aereo e poi noleggiare un’auto in aeroporto: generalmente una Panda vecchio tipo, come ho fatto io. Mentre seguivo l’addetto dell’albergo che mi faceva strada, abituato come sono ad altre vetture, avevo l’impressione che quell’affare mi si sarebbe smontato da sotto mentre camminavo; e poi, invece, nel corso dei giorni ho imparato ad apprezzare una delle più riuscite realizzazioni della Fiat di tutti i tempi, o meglio dei bei tempi in cui i motori non erano strozzati da normative Euroqualcosa e i veicoli non erano appesantiti da tonnellate di congegni di sicurezza. Un motore in grado di affrontare le salite più ripide senza nessuno sforzo: delle sospensioni e un’altezza da terra a cui i peggiori sterrati e le strade dissestatissime dell’isola non facevano nemmeno un baffo. Unico appunto: passi per le strade dissestate, la qual cosa può anche essere divertente, ma la segnaletica andrebbe rivista, di solito vedi il cartello che indica un bivio quando il bivio lo hai già ampiamente superato. Apprezzabile anche la bravura dei guidatori del posto, che nelle vie strettissime, in caso di testa-a-testa con altro veicolo, si buttano immediatamente nel primo spazio libero che trovano, l’accesso a un cancello o lo spiazzo prospiciente un dammuso e ti fanno passare. Ho passato i primi due giorni nel terrore puro, poi, quando ho imparato come si fa, ho cominciato anch’io a divertirmi come un matto.
Tornando all’aeroporto. L’aerostazione è quasi comica nella sua semplicità, la stazione degli autobus di Torino è sicuramente più grande. Ma quello che è incredibile è il fatto che è completamente scollegata dalla rete degli aeroporti nazionali; se, come è successo nel mio caso, è necessario redirigere i passeggeri su altri voli, tutti gli accordi e le opzioni devono essere gestite via telefono; fare il check-in sui voli di coincidenza in altri aeroporti, manco parlarne. Peraltro, sui controlli di sicurezza sono molto severi; a me hanno fatto molte storie per tutti gli aggeggi elettronici che avevo nel bagaglio a mano, poi, non potendo fare di meglio, mi hanno sequestrato una boccetta di lozione solare (economica e già cominciata, anzi probabilmente anche scaduta). A qualcun altro è andata molto peggio, perché si è visto sequestrare costosissime bottiglie di moscato o di passito, o barattoli di prodotti tipici dell’isola. Se un negozio aprisse i battenti nella zona “sicura” dell’aeroporto, sicuramente farebbe affari d’oro. Solo che ora non c’è lo spazio materiale per farlo, magari in futuro, visto che un progetto d’ampliamento (e magari di ingresso nei sistemi telematici dei XXI secolo) c’è.
Quelli a cui l’aeroporto piace più di tutti sono gli uccellini. Sotto la grande tettoia, fuori dall’edificio dell’aerostazione, in lamiera e cemento armato, ce ne sono a centinaia, a cui evidentemente non pare vero di avere a disposizione un posto protetto dal vento e sicuro per fare i loro nidi. Se ne stanno lì e cantano furiosamente tutti insieme.
TURISTI
Sono diversi da quelli che si possono incontrare in altre località turistiche in senso stretto, tipo la non lontana Jerba, o Sharm, tanto per dire. Innanzi tutto, almeno nella presente stagione sono pochi, tanto che quando ci si incontra su una “discesa a mare” (eufemismo per NON dire “spiaggia”, che sarebbe improprio dato che spiagge, come si è visto, non ce ne sono) ci si sente in dovere di salutarsi e chiedersi da dove si viene, dove si va, cosa si fa, eccetera. (Una tipa, entrata nel ristorante dove stavo mangiando, ancora prima di informarsi sulla possibilità di mangiare ha chiesto al cameriere, dandogli del tu: da dove vieni?) Curiosamente, frequentissime le coppie italiani-inglesi, a scelta lui o lei; vari altri stranieri assortiti, francesi, tedeschi o valdostani (due signore che conversavano passando con estrema nonchalance dall’italiano al francese e viceversa). Numerosi gruppi di amiche al di sopra dei cinquant’anni, talvolta portati benissimo, che magari si godevano pure il sole a seni nudi. Qualche coppia gay. Tutta gente, insomma, che sa quello che vuole e sa che qui lo trova. Poi ovviamente ci sono i ricconi, ma quelli è meno facile vederli in giro, come si diceva se vengono qui è proprio per non farsi vedere e ci vengono con i loro jet privati.
L’ultima notte sono stato alloggiato, a spese di Air One, in uno degli albergoni della zona sudoccidentale dell’isola, peraltro la meno interessante paesaggisticamente e l’unica in cui sono sorti due o tre alberghi di quelli grandi e lussuosi, pieni di maioliche, piscine e quant’altro, ma uguali a quelli di tutto il mondo. Ci sono stato bene (anche visto che non pagavo io) ma ho sentito la mancanza del pugno di dammusi senza fronzoli ma puliti e tranquilli che costituivano il resort in cui ho trascorso la mia vacanza.
LIBRI
Me ne sono portati due: L’isola di Arturo di Elsa Morante e Eleanor Rigby di Douglas Coupland. Ho commesso l’errore di aver letto per primo, e per quasi tutta la durata del soggiorno, il primo dei due, forse perché c’è di mezzo un’isola e io ero su un’isola e anche perché, avendolo comprato usato, non avevo paura che si sarebbe rovinato a portarlo in giro per vulcani e scogliere. Il secondo, l’ho aperto solo l’ultimo giorno, quello in cui avrei già dovuto essere a casa e invece ero nell’albergone di cui dicevo sopra.
Ho fatto male. Perché Elsa Morante è micidiale: per lei e nelle storie che racconta la vita è tutta una tragedia degli equivoci, dell’impossibilità di amare e di comunicare agli altri i propri sentimenti. L’unico amore possibile, forse perché “dovuto”, è quello della madre verso il figlio, ma è un amore a senso unico, dispersivo, destinato comunque all’ingratitudine e all’incomprensione. Il tutto, purtroppo, scritto benissimo, in modo da risultare quasi convincente. Quello che stupisce non è il fatto che Elsa Morante abbia tentato il suicidio, ma che lo abbia tentato solo in tarda età, pur dopo una vita piuttosto piena e vivace.
Molto meglio Douglas Coupland. Lo sto ancora leggendo. Come al solito i suoi libri sono sempre un’invenzione linguistica e narrativa dietro l’altra, roba che ogni pagina la leggeresti dieci volte perché hai sempre l’impressione di esserti perso qualcosa o di non averne goduto a fondo. Questo parla di una donna grassa, brutta e sola, che è stata grassa, brutta e sola per tutta la sua vita – pur con un fratello e una sorella spigliati e bellissimi – che all’improvviso incontra suo figlio, concepito in Italia in circostanze oscure, nato vent’anni prima, quando lei era un’adolescente, e dato subito in adozione. Il libro parla del rapporto tra la madre e il figlio, bellissimo ma gravemente malato di distrofia muscolare. Detta così la storia dovrebbe essere molto peggio di quella della Morante, il “romanzo di formazione” di un ragazzo nato e vissuto fino ai sedici anni sull’isola di Procida (tutt’altro mondo rispetto a Pantelleria, ovviamente); e invece è molto meglio, ogni pagina è un sorso di emozione e di gioia divertita. Coupland, poi – una strana razza di autore, canadese di Vancouver (dove sono ambientate la maggior parte delle sue storie, compresa questa) ma nato in Germania e che ha studiato design a Milano – è l’unico autore che io conosca in grado di infarcire i suoi libri di reminiscenze evangeliche senza coprirsi totalmente di ridicolo.
E adesso le foto:
La scorsa estate, a Marsiglia, avevo comprato
La mer est ronde, un libro scritto da Jean-François Deniau, velista da diporto nonché membro dell’Académie Française e ex-ministro della Repubblica francese. In questo libro, gradevole e scritto benissimo, venivano offerte molte notizie ed aneddoti gustosi e dilettevoli, tra cui i titoli che non dovrebbero mai mancare nella biblioteca del navigatore. Oltre ai classicissimi di Conrad e di Melville (da me adorati) si faceva nome anche del Martin Eden, di Jack

London, che conoscevo praticamente solo per i suoi romanzi sul Grande Nord, Zanna Bianca e Il richiamo della Foresta, che come tutti i bravi bambini dei miei tempi avevo letto con gusto e piacere. Allora ho fatto mio anche il Martin Eden, sperando che la stessa altissima scrittura londoniana mi permettesse di perdermi in paesaggi di mare, navi e tempeste. E invece.
Il libro parla di un giovane marinaio, Martin Eden appunto, che entra in contatto quasi per caso con una rispettabile e ricca famiglia dell’alta borghesia di Oakland, in California, dove viene accolto come ospite e dove si innamora, per caso, della bella e colta Ruth Morse, la rampolla della famiglia in questione. L’amore è ricambiato; e per amore, lui si dedica con rigore ossessivo agli studi di tutto lo scibile umano per innalzarsi al livello della sua amata. La cosa gli riesce talmente bene che, non pago di leggere e studiare, si mette anche a scrivere; e poi a spedire i suoi scritti a riviste ed editori, che gli vengono puntualmente restituiti prima, e poi, quando pubblicati, pagati pochissimo. Scrive di tutto, letteratura e critica letteraria, filosofia, scienza, non lavora più ma nonostante la fame e il disagio non si arrende, continua, va avanti e ancora avanti. La solidarietà di Ruth e della sua famiglia comincia a venir meno nel momento in cui la sua indubbia cultura e abilità intellettuale non viene giocata in una prospettiva utilitaristica, del genere darsi al diritto o al commercio, bensì in quella molto più eccelsa e meno redditizia della scrittura fine a sé stessa; lei cerca in tutti i modi di convincerlo ad abbandonare questa bizzarra idea e a cercarsi un lavoro “vero”. Fino a quando, introdotto per caso in un ambiente culturale più sotterraneo e antiborghese che per certi versi pare quasi un’anticipazione del movimento beat californiano – quello di Corso, Ferlinghetti e Ginsberg – non entra in contatto con idee più politiche, socialisteggianti, di cui dà un’interpretazione tutta sua, più sul versante vitalistico e nietzchiano, filosofo a cui si era avvicinato passando per Spencer. Un suo intervento ad un comizio socialista, di cui la stampa locale dà un’interpretazione del tutto distorta, unito al litigio per motivi politico-ideologici con i genitori di Ruth e con un rispettabile giudice, amico di questi, durante una cena, provocherà la rottura del fidanzamento e l’allontanamento reciproco dei due innamorati.
Paradossalmente, è proprio quello il momento in cui arriva il successo, tramite un saggio critico su Maeterlink che riscuote un riscontro insperato. Il nome di Martin Eden diventa “un nome”, e viene richiesto a gran voce da tutti gli editori; ha così occasione di pubblicare, a peso d’oro, tutto quello che gli era stato rifiutato in precedenza. Com’era prevedibile, la famiglia di Ruth, Ruth stessa e tutti gli altri che lo avevano bistrattato per le sue ambizioni, ritornano da lui, come si dice, “con il cappello in mano”, ma Martin, che nel frattempo ha completamente perso la passione per la scrittura, non si sente minimamente sedotto dalla corte che gli fa la classe borghese, di cui discerne ora con chiarezza la vocazione all’utilitarismo, l’ipocrisia e l’egoismo; al contrario ritrova un fugace piacere nel rivedere i suoi antichi amici proletari. “Una cosa era certa: i Morse non l’avevano voluto per la sua persona e per il suo lavoro. Perciò, ora, non lo potevano volere per la sua persona o per il suo lavoro, ma per la sua fama, perché possedeva centomila dollari o giù di lì. Era quella la maniera borghese di valutare un uomo; e chi era lui per aspettarsi qualcosa di diverso?” Ancora, a Ruth quando lei va a implorarlo di perdonarla e di riprendere il fidanzamento: “Personalmente ho lo stesso valore di quando nessuno mi voleva. E quello che mi lascia perplesso è perché mi vogliano ora. Certo non mi vogliono per me stesso, perché io sono lo stesso vecchio io che non volevano allora. Dunque, se mi vogliono, dev’essere per qualcosa che è al di fuori di me, per qualcosa che non è parte di me stesso! Vuoi che ti dica cos’è questo qualcosa? E’ il riconoscimento che ho avuto. Questo riconoscimento non è me stesso. Risiede nella mente altrui. E poi anche per il denaro che ho guadagnato e che guadagno. Ma questo denaro non è me stesso.”
Infine, potendoselo permettere, Martin offre denaro e finanziamenti a molte persone, che gli sono state vicine, amici o più spesso nemici (in particolare i cognati). Avendo accarezzato l’idea di trasferirsi nei mari del Sud, si imbarca su un mercantile, in prima classe, ma anche questa prospettiva ormai ha perso significato; a metà del viaggio, si lascia cadere in mare dall’oblò della sua cabina.
Questa è la vicenda narrata dal romanzo. Pare piuttosto curioso leggere, nell’introduzione (che io leggo sempre rigorosamente dopo aver letto il testo, e non prima) che London voleva che questo romanzo fosse un attacco all’individualismo, evidentemente giocando su una sorta di dissociazione con il suo protagonista (la cui vicenda riveste comprovati caratteri autobiografici). Perché invece l’autore appare sempre, fino alla fine, solidale con il personaggio e il suo individualismo, costringendo anche il lettore alla medesima solidarietà; quello che lo porta al suicidio, che forse nelle intenzioni dell’autore doveva essere l’esito di un superomismo spinto all’eccesso, appare al lettore di oggi, per utilizzare un termine odierno sicuramente non di uso altrettanto comune nel periodo in cui il romanzo fu scritto (1907), una depressione, prodotta dalla demotivazione e dallo straniamento totale dal mondo in cui il protagonista si muove, e dalla scoperta di quanto siano vacui i risultati raggiunti, il cui aspetto più eclatante – la rispettabilità borghese che gli viene offerta su un piatto d’argento dai suoi oppositori di un tempo, e che coimplica anche l’amore di Ruth, colta e saggia in apparenza, perbenista nel midollo – non gli interessa e non gli è mai interessata. Qualcosa di simile a quanto accadrà, molti anni dopo, all’io narrante alla fine di Estensione del dominio della lotta di Michel Houellebecq, il quale all’improvviso si rende conto che anche il tentativo di pacificazione col mondo e con la natura dell’Ardèche, dove è fuggito sperando in un giovamento, è fallito, e che nulla ha più senso (ma lui non si suicida, o almeno il libro questo non lo racconta). Si dice, infine, che London abbia “seguìto” il destino del suo protagonista, ma la cosa non sembra così certa, visto che in questo stesso libro l’introduzione di Fernanda Pivano parla di un London suicida con la morfina nel 1916, mentre poche pagine dopo la cronologia della vita e delle opere parla di morte per uremia, di cui London pare soffrisse gravemente.
Sempre a proprosito di questo libro, guardate la quarta di copertina:
A sinistra, una nota biografica di London. Poi tredici righe di presentazione del libro di Dario Voltolini. E poi un’ulteriore nota biografica… di Voltolini, questa volta. Quando l’ho vista, ho pensato che Voltolini avesse scritto un’ampia introduzione, o fosse il traduttore, o avesse curato l’edizione critica. E invece l’introduzione è di Fernanda Pivano (che Dio l’abbia in gloria per tutto il bene che ha fatto alla letteratura angloamericana in Italia da Spoon River in poi), e la traduzione è di tale Oriana Previtali. Praticamente il contributo di Voltolini è limitato a quelle tredici righe. Basta questo ad avere una nota biografica in copertina?
Per finire. Resta la domanda su che diavolo c’entri il mare con questo libro – a parte il mestiere originario di Martin Eden e il suo suicidio finale, un po’ poco per essere citato da un velista d’altura come “must” nella biblioteca del navigatore. Allora sono andato a riprendermi il libro di Deniau. E ho scoperto che ho letto quello che non c’era scritto: lui citava London, ma non il Martin Eden. Ricordavo male. Probabilmente Deniau dava per scontato che il lettore sapesse di quale degli innumerevoli romanzi di London lui stesse parlando. Ricordavo male e ho sbagliato acquisto, anche se non ne sono affatto pentito. Mi sa tanto che con London non ho ancora finito.
Filippo Facci ha scritto su Macchianera questo splendido pezzo, uno dei più belli che io abbia mai letto su un blog. Mi chiedevo come mai non fosse stato ricoperto di insulti come al solito accade ogni volta che scrive qualcosa da quelle parti, poi mi sono accorto che deve aver inibito i commenti.
Ha fatto bene, perché qui non c'è veramente niente da aggiungere.
Quando ero piccolo, il primo novembre era la festa di tutti i santi. Il due novembre, invece, era la festa dei morti. Poi il tre non era niente, ma spesso non si andava lo stesso a scuola. Infine veniva il quattro novembre, che era la festa della Vittoria.
Ora, considerando che l'Austria è un bel posto, dove si mangia bene spendendo poco, e che gli austriaci sono simpatici, mi pare giusto che la festa della Vittoria non esista più. Peraltro, non ho mai capito un'altra cosa.
Un giorno qualche politico si alzò dal letto, tanti anni fa, e decise che in Italia si festeggiava troppo, e troppo spesso. Per cui, messa mano alla penna della lagge, decise che alcune feste andavano abolite. Tra queste, quella di S. Francesco, quella dell'Ascensione e, appunto, quella dei morti. I santi, invece, furono salvi.
Ma fu una falsa salvezza. Perché la gente, invece, ad esempio, di mettersi in ferie il due novembre per continuare a festeggiare i morti, decise di festeggiarli il primo novembre, il giorno dei santi. Per cui, il primo novembre, tutti giù a scorazzare per cimiteri. E i santi? Nessuno se ne ricorda più.
Non so voi. Ma io, se fossi un santo, mi incazzerei non poco.

Hina
(Attenzione, possibili elementi rivelatori del libro nel testo che segue)
Tempo fa avevo già scritto di un altro romanzo di Avoledo, L'Elenco telefonico di Atlantide, e il mio giudizio era stato tendenzialmente positivo. Per questo non mi sono fatto problemi nel fare mio questo ulteriore romanzo, "Mare di Bering". Ma devo dire che sono rimasto leggermente deluso.
Il libro, ambientato anch'esso, come il precedente, nel Nordest, parla di un giovane intrallazzone che vive
facendo da intermediario tra laureandi e redattori di tesi di laurea per conto terzi, e che si trova coinvolto, suo malgrado, in una serie di vicende piuttosto scombinate: il quasi-tradimento della sua fidanzata triestina che lo fa diventare rabbioso e vendicativo peggio di un siciliano disonorato; una laurea ad honorem da far attribuire alla giovane e splendida amante di un ricco industriale locale; un'oscura vicenda di terrorismo, che prevede di far saltare in aria una mostra d'arte allestita in Islanda in occasione di un summit dei grandi; e poi una coppia di handicappati da salvare da un destino di aborto coatto. Nel racconto prendono forma alcuni personaggi che a questo punto potremmo definire tipici dell'universo di Avoledo, un redattore di tesi di laurea geniale e sregolato, reduce del Sessantotto e di molte altre cose, ovviamente mezzo alcolizzato; un misterioso barbiere intrallazzato con la mafia ma provvidenziale angelo custode per il protagonista; due tirapiedi del medesimo che vivono nello stesso disperato borgo di montagna dove vive il protagonista; e molti altri ancora. Prese qua e là ci sono pagine molto belle, ben scritte, un'invenzione linguistica attraente (anche se non a livello dell'Elenco telefonico di Atlantide). Ma c'è qualcosa che non mi ha convinto, adesso provo a spiegare cosa.
Innanzi tutto, il libro dà la vaga impressione di essere stato scritto senza un progetto, del genere "intanto scrivo, poi vediamo come va a finire", cercando di far quadrare le cose man mano che si va avanti. Ci sono moltissimi spunti, per quanto interessanti, iniziati e poi lasciati cadere nel nulla; qua e là mi è sembrato di vedere vere e proprie incongruenze - non le cito perché dovrei rileggere analiticamente tutto per trovarle, e non ho il tempo di farlo; e poi ho trovato la struttura narrativa un po' debole, un po' troppo diluita, con varie vicende che paiono non c'entrare nulla le une con le altre mescolate insieme (è per questo che ho avuto l'impressione che dicevo qualche riga più sopra); praticamente si comincia ad avere il sentore che la storia sta prendendo forma solo quando si è già a metà del libro, e molte cosa paiono "tirate via" comunque. Questa mancanza di una struttura narrativa forte è un fatto che ho già trovato in alcuni libri di Martin Amis; la cosa è giustificabile quando c'è un'eccellente descrittività e una soddisfacente invenzione linguistica - del genere che si legge non per "cosa" si dice ma per "come" lo si dice - e forse lo sarebbe stato in questo caso se descrittività ed invenzione fossero stati al livello dell'Elenco telefonico di Atlantide, ma purtroppo non lo sono. E poi c'è un'altra cosa che ho trovato disturbante, anche se in questo caso si tratta di un'opinione personale: il fatto che il libro pare ambientato oggi, ma in realtà lo è in una specie di futuro prossimo, in cui esiste un'Unione di cui fa parte l'Ucraina ma non Francia e Germania,in cui i terroristi hanno buttato giù con un aereo la torre Eiffel e in cui esiste un non meglio definito "regime". Personalmente, l'unica "fanta" che mi piace è l'aranciata; non mi piace né la fantascienza (a meno che non si parli di marziani e navi spaziali, quelle mi piacciono) né tanto meno la fantapolitica, così come non mi era piaciuto il finale del precedente libro, realista fino a poche pagine da una fine molto "fanta" e del tutto superflua ai fini della storia narrata fino a quel punto. La pagina più felice? La notte d'amore non consumato con la bellissima amante dell'industriale, laureanda ad honorem, quella è proprio bella (a proposito, chi si laurea ad honorem non fa la tesi ma pronuncia una lectio magistralis, in sostanza una conferenza). Ovviamente, poi, il titolo c'entra poco o niente con la vicenda narrata (il riferimento è al fatto che in URSS le pagine dell'enciclopedia dedicate a Beria, dopo la sua caduta in disgrazia, vennero sostituite con un paragrafo sul mare di Bering).
Questo è tutto. Leggerò ora "Tre sono le cose misteriose", consigliatomi da un lettore di questo blog.
La scoperta della Germania e della Baviera, e il mio amore per quelle terre, i loro paesaggi e la loro cultura rimonta a molto tempo fa. Per me è stata una gioia conoscere, poco più di un anno fa, una persona come Paolo Ferretti, che in tempi più recenti ha realizzato le medesime scoperte e ha trovato dentro di sé lo stesso amore e la stessa passione.

Paolo ha recentemente aperto un blog, in cui descrive e illustra i suoi viaggi, con abbondanza di dettagli. Le sue descrizioni sono sicuramente più serie ed accurate delle mie, e possono effettivamente servire come guida per andare alla scoperta di posti bellissimi. Leggetele con attenzione e seguite i suoi passi, come spero di fare io nei miei prossimi viaggi che vorrei massimamente anti-turistici. Sono certo che non ve ne pentirete.
PRONUNCIA E GRAFIA
Solo in teoria Ischia si pronuncia come si scrive. In realtà lo “sc” andrebbe letto come quello di “scienze”, e allora il dubbio è: come si scrive? “Ishchia” o “Isckia”? Vedete un po’ voi. Per arrivare a Ischia si usano gli

ALISCAFI
Ce ne sono molti, e sono molto divertenti. Vanno velocissimi tra Napoli e le isole, sembra che corrano su un tappeto d’olio, tranne che quando il mare è un po’ increspato, e allora si mettono ad andare a salti tipo canguri, ed è ancora più divertente. Una volta arrivati a Ischia non si può proseguire in terraferma con gli aliscafi, e allora si prende l’
AUTOBUS
Ce ne sono moltissimi e ti portano ovunque sull’isola. Sono puntuali e organizzati. Sulle paline appaiono gli orari dei prossimi e anche le ultime notizie d’agenzia. Peccato solo che vanno a velocità folle per le strette e tortuose stradine dell’isola, che salgono e scendono come montagne russe, costringendo i passeggeri a difficili esercizi d’equilibrismo. Agli incroci e alle strettoie non rallentano ma suonano all’impazzata. Ce ne sono di vecchissimi, che mi ricordano la mia infanzia, e di nuovissimi, con video a LCD del servizio "meteobus", viene visualizzato in tempo reale il meteo e le temperature delle città della Francia (e solo di quelle). All’uscita delle scuole si affollano all’inverosimile, ma la cosa di per sé non è neanche un male, in quanto la maggior parte dei passeggeri, in tale frangente, sono belle
RAGAZZE
Le ragazze ischitane – e quelle napoletane in genere – non sono belle: sono splendide. Brune con gli occhi neri? Tutta letteratura. In realtà brune con gli occhi azzurri, oppure castane chiare, se non proprio bionde, con gli occhi marroni, e infinite tonalità intermedie. Spesso anche alte o altissime. Sentirle parlare tra loro la loro lingua, espressioni figurate e gestualità partenopee comprese, è un trip. Ma quando parlano con te, in quanto “straniero”, per paura di non farsi capire parlano lentamente, scandendo bene tutte le sillabe (che in dialetto verrebbero altrimenti impietosamente mangiate) e marcando rigorosamente le vocali. Su un bus, ad un certo punto sentivo una presenza che mi si spingeva fastidiosamente addosso. Ho cercato di allontanarmi – nel nord siamo campioni nel mettere qualche millimetro di spazio tra corpo e corpo anche sui mezzi pubblici più affollati – ma ho sentito che non si scollava. Mi sono voltato e ho visto che era una deliziosa ragazza che stava animatamente spiegando al telefonino gli esercizi di fisica a un’amica, e il pelle su pelle contro di me per lei costituiva la più normale delle normalità a cui nemmeno pensava di sottrarsi sdegnosamente. Inutile dire che ho subito smesso di cercare separazione e mi sono gustato a fondo l’attimo fuggente. Vista la bellezza delle ragazze, si spiega ampiamente il romanticismo delle
SCRITTE SUI MURI
Ce ne sono ovunque, a pennarello o vernice, ma una vera e propria antologia è la diga foranea del porto di Casamicciola. I ragazzi e le ragazze di Ischia si dichiarano, amano, litigano e fanno pace con le scritte sui muri. Sorprendentemente, ogni volgarità pare essere bandita. Resta spazio solo per i grandi sentimenti. Vedere foto. Dietro al molo c’è il
MARE
che circonda tutta Ischia. Di per sé la cosa non dovrebbe essere una sorpresa, visto che Ischia è un’isola, ma per chi è abituato, al massimo, alla costa lineare della Liguria o della Francia, trovarselo sempre davanti ad ogni curva è una sorpresa, tutto sommato abbastanza piacevole. E’ sempre azzurro, e anche abbastanza (piacevolmente) ventoso. Non ci ho fatto mai il bagno, in quanto a Ischia ci sono i
BAGNI TERMALI
Ce ne sono ovunque in tutta l’isola. Si ha l’impressione che basti fare un buco per terra per veder venire fuori l’acqua termale, e probabilmente è proprio così; si tratta dell’acqua del mare, scaldata ed elaborata in qualche modo dalle masse magmatiche del vulcano, ed è infatti anche parzialmente salina e pochissimo solforosa. Tra tutti i bagni termali i migliori sono i bagni Poseidon, praticamente un parco fiorito adagiato sulla riva del mare, con svariate vasche di acqua termale a tutte le temperature, una piscina olimpionica (in realtà lunga solo 33 metri, ma bastano), una grotta essudatoria (praticamente un bagno turco) e molto altro. Apprezzabile il fatto che l’accesso sia vietato ai bambini, soprattutto in un posto come l’italico mezzogiorno dove ‘e criature sono ‘o piezz’e’ccore e dove gli viene permesso tutto; che se ne stiano nella loro apposita piscina e non rompano troppo le palle al resto del mondo coi loro giocondi urletti. Poi si scopre che la proprietà e la gestione degli impianti è tedesca, e allora tutto si spiega. A proposito:
TEDESCHI
Ce ne sono moltissimi su tutta l’isola. Molti ci vengono in vacanza, altri hanno deciso di trasferirsi in pianta stabile e hanno aperto le loro attività. La maggior parte delle scritte sull’isola sono bilingui, in italiano e in tedesco; sembra di essere un pochino in una specie di Sudtirolo marittimo. Ma solo un pochino. Non tedesco ma inglese è il
PARCO DELLA MORTELLA
Splendido e floridissimo giardino botanico, messo insieme da un musicista inglese, tale sir William Walton, e dalla sua bella moglie sudamericana. Rappresenta esattamente l’idea dell’Italia che hanno gli inglesi (e i tedeschi): bellissime piante, bellissimi fiori, bellissime scenografie naturali o quasi naturali, niente speculazione né spazzatura. Proprietà privata, aperta a tutti in due giorni alla settimana. A proposito:
PROPRIETA’ PRIVATA
E’ quella che interrompe ogni buona intenzione di fare un’escursione sui sentieri dell’isola. Tu cammini lungo un sentiero, speranzoso di arrivare da qualche parte, e poi invece ti trovi davanti il cartello PROPRIETA’ PRIVATA, affisso magari su una recinzione composta da vecchie reti da letto legate insieme e difesa da un cane denutrito e incazzuso. Viene spontaneo chiedersi quante di queste proprietà siano veramente private e quante invece semplicemente abusive. Ma un posto dove si può arrivare con le proprie gambe c’è, ed è il
MONTE EPOMEO
A patto di partire dal paese di Fontana. La montagna più alta dell’isola. Una bellissima salita in mezzo ai boschi di castagni, poi l’apertura sulla cima basaltica e sul mare, la vetta frastagliata da dove si gode il panorama di tutta l’isola. Ma non si deve dimenticare che il monte Epomeo è un
VULCANO
E non è mica l’unico, come non è l’unico il Vesuvio che domina il golfo. Guardate la visione da satellite di Google Maps: vedrete che praticamente tutta la zona – Napoli, Pozzuoli, Ischia, Procida – è costellata da crateri che manco la luna, ma non sono meteoriti, sono vulcani. Quanto al Vesuvio, il dubbio non è sul “se” (verrà replicato lo spettacolo gentilmente offerto agli abitanti di Pompei ed Ercolano), ma sul “quando”. Peraltro nessuno, da queste parti, sembra preoccuparsene troppo. Sarà questo il classico fatalismo partenopeo. O forse si è preso l’esempio dai
GATTI
Sono quelli che si preoccupano meno di tutti. Ce ne sono ovunque, sono socievoli ed affettuosi, si riproducono senza problemi quel tanto che basta a garantire un ragionevole turn-over senza arrivare agli spopolamenti continentali, evidentemente le classiche paranoie castratorie che affliggono altre parti del mondo qui non hanno attecchito, per fortuna. Ci sono molti simpatici maschi “interi” con le loro belle guanciotte tonde. Ma ci sono anche i
CANI
Non quelli isterici che difendono le proprietà private. Quelli che stazionano a Napoli, sulla piazza del Plebiscito, placidamente addormentati. Per i cristiani, peraltro
MANGIARE E DORMIRE
con la pensione completa è facile: si mangia due volte al giorno, anzi tre con la colazione, con molto gusto e soddisfazione. Non ho mai avuto bisogno di fare uno spuntino altrove. Favoloso il buffet degli antipasti con un sacco di verdure cotte, grigliate, fritte, eccetera. Per dormire è un po’ più delicato: nella mia stanza (vicinissima alla piscina termale, comodo per uscire già in accappatoio e farsi la doccia in camera) c’era un bel ronzio di non meglio identificati apparecchi elettrici, ma mi è andata ancora bene, risolvendo con due tappi nelle orecchie; alcune stanze erano sopra le cucine, allietate dagli aspiratori, altre vicine al piano-bar, e tutto questo in un quattro stelle. Figuriamoci gli altri alberghi.
Ho fortuitamente trovato questo libro nella mia casa di montagna, evidentemente dimenticatovi dalla mia lei (che, fra parentesi, è mamma, anche se fortunatamente non in pena). Dato che sono un lettore ossessivo-compulsivo, nonostante non mi mancassero alternative ho subito cominciato a leggerlo. E mi ha dato parecchi stimoli interessanti.
Una dottoressa-psicologa, Giuliana Ukmar, di origine triestina (come ben si capisce dal cognome

vagamente austroungarico) ha raccolto le lettere di mamme o di altri parenti correlati a bambini o adolescenti di varie età e problemi, e le sue risposte. Il libro è suddiviso in capitoli, dedicati a situazioni, questioni, momenti di crescita, ciascuno dei quali contiene una lunga introduzione redatta dalla stessa autrice in cui viene raccontata la sua personale esperienza, come madre o come figlia.
Il risultato è molto interessante; sono interessanti i problemi e le questioni sottoposte, nell’ambito delle quali mi rispecchio soprattutto come figlio (dato che non sono padre e tanto meno madre), nonché le spiegazioni e le soluzioni offerte dalla terapeuta, che forniscono molti motivi di riflessione e di pensiero.
Voglio parlare qui di un capitolo particolare, quello dedicato all’adolescenza. E’ uno di quelli in cui l’introduzione scritta dalla Ukmar è più estesa, e anche sicuramente una delle più sentite ed approfondite. E’ molto interessante la disamina degli stati d’animo, dei dubbi e delle paure che questa fase della vita di ogni persona si porta con sé, e delle dinamiche che essa porta nei confronti degli altri, in particolar modo degli adulti e dei genitori. Ma c’è anche qualcosa, nell’analisi che viene fatta, che mi lascia vagamente perplesso, e che soprattutto trovo piuttosto contraddittorio rispetto a quanto è stato detto dalla Ukmar negli altri capitoli, e fino a poco prima nello stesso capitolo.
Si tratta di questo. La dialettica che si instaura tra l’adulto e il figlio adolescente pare essere fondamentalmente oppositoria. Il figlio, viene detto, ha bisogno di sicurezze, di fermezza, di punti di riferimento anche e soprattutto nel comportamento, in quello che gli è consentito e che non gli è consentito di fare; in sostanza l’”adolescente ribelle” lancia una sfida per ottenere disciplina (ovvero, venire disciplinato); e questa analisi, in effetti, ci può anche stare. Ma quella che al contrario trovo decisamente curiosa è l’apparente mancanza di un tentativo di capire, di un tentativo di aprire un canale di comunicazione e di dialogo, come se i problemi dell’adolescente (precedentemente ampiamente elencati e commentati dall’autrice) fossero oggettivamente immaginari, nulla più che un brutto sogno destinato ad estinguersi al risveglio. Personalmente, credo che per un adolescente la cosa più importante in assoluto sia qualcuno che sappia chiedere cosa non va, porsi in ascolto, capire, creare un dialogo, e che questo sappia farlo con costanza e continuità. E curiosamente la Ukmar, in altre situazioni sempre estremamente acuta e opportuna nelle risposte e nei suggerimenti, quest’ovvietà, qui, se la lascia sfuggire. L’importante, per lei, è “reggere il timone” della situazione fino ad essere usciti dalla tempesta, il resto conta poco (e lei stessa, con evidente autoironia, dichiara che se non sta attenta questo libro finirà per diventare un manuale di vela).
Tempo fa, in un periodo in cui mi capitava di frequentare spesso un piccolo centro della cintura torinese (e non è da escludere che i piccoli centri su certe cose forse siano più attenti, forse anche non necessariamente a fini di propaganda elettorale) vedevo pararmisi davanti, dal finestrino dell’auto, un cartello segnaletico che indicava “centro ascolto adolescenti”. Subito mi sembrò una cosa bellissima, il fatto che gli adolescenti potessero andare in un posto dove qualcuno fosse disposto ad ascoltarli, e che questo qualcuno non fosse un genitore, un professore o peggio ancora un prete, ma una persona professionalmente preparata e preposta appositamente a questo compito. Tuttavia, la soddisfazione per la constatazione di questo fatto fu subitaneamente offuscata da un dubbio: che tipo di riposte saranno mai state somministrate in quel luogo? Quelle del genere “fossero tutti così i problemi, goditeli finché puoi i tuoi ‘problemi’, ragazzino, ché vedrai che crescendo la vita ti riserverà ben altro”? O piuttosto quelle altre del genere “ma non ti rendi conto di quanto il tuo modo d’essere, il tuo stato d’animo e il tuo comportamento fa star male i tuoi genitori? Non sei proprio capace di un po’ di rispetto per loro che fanno tanto per te, ecc. ecc.”?
Queste erano pressappoco le uniche risposte che mi erano riservate nella mia adolescenza, quando cercavo di aprirmi con qualcuno, di avere delle risposte o delle rassicurazioni (e non era un “centro ascolto adolescenti”). Quanto avrei avuto bisogno, in quegli anni, di qualcuno – un adulto – che mi avesse posato rassicurante la mano sulla spalla e mi avesse detto di non temere e di tenere duro, che sarebbe venuto il giorno in cui io sarei diventato padrone dei miei spazi, psichici e materiali, nei quali nessuno sarebbe potuto entrare senza il mio permesso; che sarebbe venuto il giorno in cui avrei potuto parlare delle cose che mi piacciono e che per me hanno valore a persone che mi avrebbero ascoltato con piacere ed interesse invece di reagire con silenzi, scetticismo e sbotti irritati; che sarebbe venuto il giorno in cui avrei potuto scegliere di dare o non dare e a chi dare, senza dover chiedere il permesso a nessuno.
Mi sarebbe bastato che qualcuno, una sola volta, mi avesse detto questo, per trovare speranza e coraggio per andare avanti e tirarmi fuori più facilmente dalla “palude” dell’adolescenza. Ma nessuno mi ha detto niente. Nessuno mi ha mai detto niente.
Forse sarebbe opportuno che qualcuno questo a Giuliana Ukmar, per la quale il dialogo e l’ascolto, almeno in questo contesto, pare non rivestire alcun significato, glielo andasse a spiegare.