Il mio sito si arricchisce di una nuova pagina, dove descriverò le gite che faccio (di preferenza, ma non solo, in montagna) complete di tracciati GPS da scaricare.
La pagina dei trekking

"Poiché questa terra non ti è stata lieve, qualunque altra terra ti sia lieve".
(Giuseppe Genna)
Ah, no, quello si chiamava Rino Gaetano...
"De André è il santo cantautore di un paese necrofilo che non vede l’ora che tu muoia per renderti commosso omaggio, e un po’ se l’è cercata, essendo stato un grande fautore dell’accoppiata morte-redenzione: quando 10 anni fa è andato a dormire, dormire sulla collina, ci ha trovato metà dei personaggi della sua discografia, dagli Impiccati dell’allegra ballata a quelli che morirono a stento, dai defunti presi a prestito dall’Antologia di Spoon River all’uomo probo della Ballata dell’amore cieco; da Geordie a Miché, dall’amico Tenco (Preghiera in gennaio) a - naturalmente! - Marinella. Ha fatto più morti della strategia della tensione."
(Paolo Madeddu, da Macchianera)
Veloce annotazione.
Di Giovanni Allevi si sta parlando moltissimo in questi ultimi tempi, per certi versi anche troppo, in particolare dopo il concerto che ha avuto luogo al Senato.
Personalmente, penso che lui faccia una musica facile e onesta, come tanti altri pianisti del nostro tempo, buona come tappeto sonoro non troppo impegnativo da usare mentre si fa qualcosa d'altro, tipo preparare il sugo o montare un mobile Ikea. Se c'è qualcosa da criticare, non è tanto la musica, ma la sua pretesa di stare, lui ed essa, nel solco "classico" dei grandi compositori. E' evidente che una posizione del genere è fortemente vulnerabile alle critiche (Allevi come Mozart e Chopin? Ma siamo matti?). Quello che è inquietante è il fatto che nell'equivoco del solco della grande musica ci siano cascati anche i responsabili della cultura che gli hanno messo in mano la bacchetta della direzione del concerto di Natale al Senato (non per altro, credo che in Italia ci siano parecchi giovani musicisti tecnicamente ed artisticamente più meritevoli di lui).
Autori come, dico per dire, Jim Chappell, George Winston o Wim Mertens (o quelli che possiamo variamente ascoltare in questo interessante canale webradio) non hanno fatto un uso del pianoforte tanto diverso da quello di Allevi. Ma non si sono mai posti il problema di essere o non essere dei musicisti "classici". Fanno quello che gli va, loro si divertono, la gente compra le loro musiche e tutti sono contenti. E' da comprendere che molte affermazioni alleviche possano aver suscitato fastidio, se non proprio polemiche o acredini.
Peccato che le cadute di stile non siano comunque avvenute solo da una parte. Perché nel rabbioso intervento di Uto Ughi a proposito di Allevi, quello che ci fa la figura peggiore è proprio Uto Ughi, per il tono e la generale supponenza, di fronte ai quali il fatto di avere (forse) ragione finisce per contare proprio poco.
Molto meglio questo video su Youtube. 
p.s. Ho trovato, sul forum
Piano Lovers, questo sintetico commento che riassume assai bene il mio punto di vista.
"Ora, perchè tutte queste polemiche?
Perchè ha successo. Molto successo.
In quale genere?
Pop melodico, una specie di new age, musica di sottofondo, pianoforte solo.
Cosa c'è di male nel fatto che abbia successo?
Assolutamente nulla.
Perchè allora le polemiche?
Quello che infastidisce molti musicisti è il fatto che viene considerato dai mass media e dalla critica, il "nuovo Mozart del 2000", o, peggio ancora, un compositore di musica classica.
Non lo è.
Questo ovviamente, per chi come noi, crede nell'importanza della diffusione della musica che viene chiamata "colta", che si conosce come "classica" (Beethoven, Mozart, Rachmaninoff fino alla musica contemporanea) è un pò un pugno nello stomaco.
E perchè, principalmente, la sua musica è musica leggera."
Aggiornamento. Ho trovato questo testo di tal Giordano Montecchi, pubblicato sull'Unità di ieri, che definisce molto acutamente la questione della pessima figura di Ughi:
"Inveire contro la cattiva musica è come sparare sulla Croce rossa, cioè su chi non può difendersi. È un atto che racchiude un che di sleale, specie se il bersaglio è di gran successo. In tal caso attaccare a testa bassa il becerume musicale di turno vuol dire far la parte del Beckmesser pedante, bilioso, parruccone e magari pure un po’ invidioso. Insomma: Uto Ughi che su La Stampa svergogna Giovanni Allevi è un po’ come se uno Schwarzenegger fuori forma pigliasse a cazzotti un Carlo Delle Piane urlandogli che non ha il fisico".
Avendo a disposizione una mezza giornata libera, ci sono andato. In effetti mi sentivo piuttosto in colpa a non averlo ancora fatto: è da quando è stata riaperta con grande clamore, mettendo in scena cerimonie e spettacoli di prima grandezza – con la regia di Peter Greenaway - che sembra sia diventata il primo monumento del Piemonte; i visitatori sono numerosissimi, al punto che attraversare Venaria (il paese) per andare in montagna, in certi fine settimana è diventato quasi impossibile.
E, in effetti, bisogna dire che l’hanno saputa vendere proprio molto bene. Perché per quello che, a tutti gli effetti, è poco più che un contenitore semivuoto, c’è stato un notevole riscontro.
Eh, sì. Mi dispiace, ma la “Versailles d’Italia”, come è stata venduta, è lontana mille miglia non dico dalla reggia del re Sole, ma anche da Schönbrunn, a Vienna, o dalla reggia borbonica di Caserta. Cioè, non dico che sia brutta, anzi; ma se vogliamo paragonarci a questi illustri esempi, non è che ci siamo molto. Salvo la pregevole eccezione della galleria di Diana, le sale sono poverissime di decorazioni e di ammobiliamenti antichi (senza andare troppo lontani, già Stupinigi, o il palazzo reale di Torino sono meglio); per il resto, ci sono ampi spazi particolarmente adatti ad esposizioni o mostre, e infatti qua e là ci sono oggetti d’arte esposti (provenienti tutti da altre collezioni) e le installazioni multimediali di Greenaway che nelle intenzioni vorrebbero far rivivere i personaggi che abitarono e servirono la reggia, figure proiettate su muri e schermi che raccontano lo loro storia, ma che – superata la novità di questo tipo di allestimenti, ormai abbastanza comuni negli spazi espositivi di vario genere – creano un effetto più da luna park che da seria documentazione storica.
Poi c’è il parco. Concedo che, in piena stagione invernale, probabilmente non ci si possono aspettare fioriture fiammeggianti, viali ombreggiati e siepi ben tagliate, e inoltre l’allestimento è ancora in corso; ma anche qui, da altri esempi siamo ben lontani. A Versailles, ad esempio, non c’è lo stabilimento della Cromodora con tanto di serbatoio conico rovesciato, azienda dell’indotto Fiat che qualche amministratore criminale, in decenni passati in cui i diritti della grande industria venivano prima di quelli dei comuni mortali, arte e cultura compresi, autorizzò ad impiantarsi all’interno della zona di rispetto della tenuta reale della Mandria, strettamente connessa alla reggia; né a Versailles ci sono palazzotti condominiali in puro stile “miracolo economico” a chiudere la skyline. E’ vero, peraltro, che la storia della reggia di Venaria è stata parecchio travagliata, e che ci sono stati periodi in cui si è addirittura pensato di abbatterla perché troppo deteriorata rispetto agli antichi fasti, dei quali le poche testimonianze sono dei ritrovamenti quasi archeologici, frammenti di statue e cose del genere; l’unica fontana monumentale presente nei giardini è un rudere recentemente disseppellito tipo scavi di Pompei, dato che già nel Settecento era stata interrata e trasformata in prato.
Infine, non è che l’organizzazione sia delle migliori. Ho avuto la fortuna di visitare la reggia in quasi totale solitudine, essendo in questi giorni il popolo tutto impegnato in pratiche prenatalizie; tuttavia in biglietteria sono riusciti a sbagliarmi il biglietto, me ne hanno dato uno valido solo per la reggia anche se avevo chiesto che lo fosse anche per il parco, così sono dovuto tornare indietro e farmelo modificare (niente di grave, ma come sarebbe stato se ci fosse stata una coda di centinaia di persone, come accade nei maggiori momenti di gloria?); poi me l’hanno verificato all’ingresso della reggia, come è prassi, salvo poco dopo vedermi inseguito alcune sale più in là, da una ragazzina che mi ha ugualmente chiesto l’esibizione del medesimo in quanto andava esibito più di una volta (e dirlo prima?). All’uscita, poi, stavo uscendo da una porta a vetri ma mi hanno bloccato e fatto uscire da un’altra – beninteso, le due porte erano affiancate e non c’era un affollamento tale da giustificare “sensi unici”. Nel parco mi sono avvicinato alla Peschiera grande, una bella vasca, lunghissima e rettangolare, per vedere le formazioni di ghiaccio, e sono stato immediatamente fischiettato da una sorvegliante in lontananza che non ha gradito l’operazione, manco che fossi un bambino idiota in procinto di tuffarmi per il diletto di mamma e papà (ho rimpianto di non avere in tasca anch’io un fischietto – quand’ero bambino ce l’avevo sempre – per rispondere per le rime). Bisogna dire comunque che le ragazze che sorvegliano i locali, con l’aria annoiata
de rigueur in questo tipo di situazioni, sono molto carine, e costituiscono un bel diversivo contemplativo rispetto agli oggetti d’arte e d’ammobiliamento.

La buvette, poi, secondo il tipico stile dei musei italici, aveva pochissima scelta, tipo due o tre croissant sparuti, nonostante una lista che parlava di torte al cioccolato ed altre raffinate produzioni della pasticceria torinese, altro che i musei tedeschi dove puoi andarci anche a pranzo o cena, peraltro a prezzi assai ragionevoli.
In conclusione: venite pure a Torino, ché di cose da vedere ce n’è tantissime e bellissime. Ma non uccidetevi per visitare la reggia di Venaria.
E qui ci sono le foto... (Solo gli esterni, dentro è vietato fotografare).
Va bene, è un po’ di tempo che non scrivo più su questo blog, a parte qualche casuale intervento che discetta di vacanze e poco altro. Un po’ perché avevo l’impressione, dopo aver letto un libro o visto un film, di tirar giù il mio bel temino per far contenta una specie di maestra virtuale. Un po’ perché la maestra virtuale aveva finito per essere il mio unico interlocutore immaginario, visto che non sembrava che quello che scrivevo interessasse poi così follemente a qualcuno, o meglio se a qualcuno interessava non mi faceva poi rilevare il suo particolare interesse, con e-mail o commenti.
Adesso comunque voglio scrivere un paio di righe di argomento letterario (ma potrebbero essere comunque di carattere culturale o artistico in genere) più che altro perché mi sento abbastanza disgustato, e forse poterne scrivere può servire a farmi star meglio.
Baricco, ordunque. Tempo fa cominciai a leggere “Oceano mare”, almeno mi pare che si intitolasse così, e non riuscii ad andare oltre le prime dieci pagine, trovandolo un testo troppo calligrafico e piuttosto vacuo. Niente da amare, ma nemmeno niente da odiare; la mia conclusione fu: se a qualcuno piace, se lo goda, punto. Un po’ meno tempo fa mi fu regalato “Omero, Iliade” e al contrario mi piacque molto, facendomi ritornare in contesti letterari che non frequentavo più da moltissimo tempo e dandomi l’impulso di approfondire la conoscenza della letteratura greca, da me conosciuta più o meno per sentito dire dato che, purtroppo, non ho studiato al classico. Adesso, quasi per caso, ho letto “Questa storia” e mi ha a dir poco entusiasmato. Finalmente un autore che non parla del suo vissuto e di quello che staziona nel raggio di cinque metri da lui. Finalmente un libro che non ha una dimensione e un’ispirazione blogghistica. Finalmente qualcuno che non costruisce un romanzo, ovviamente autobiografico, sul suo disagio lavorativo, forse sperando che gli serva per cambiare qualcosa. Finalmente qualcuno che ha capito che fare lo scrittore è un mestiere, come diceva Tondelli, e che richiede approfondimenti, ricerche, studio, applicazione stilistica e professionale. Finalmente uno che sa raccontare una storia in maniera non scontata e non banale.
Contento ed emozionato dalla mia lettura, sono poi andato a farmi un giro su internet per vedere cosa se ne dice in giro. E – come se non lo sapessi, come se non dovessi aspettarmelo, sapendo come girano le cose in quell’ambiente (ovvero questo) - ho trovato soprattutto acredine, veleno, sarcasmo. Nessuno, o quasi, disposto a dire: vediamo perché non mi è piaciuto. Nella maggior parte dei casi, opinioni vergate per partito preso, perché è ovvio che di Baricco si debba dire e pensare male. Perché lui è quello che (dicono, non ho verificato personalmente) va in televisione. Perché ha aperto una scuola di scrittura la cui iscrizione (dicono, non ho verificato personalmente) costa un sacco di soldi. Perché è uno che scrive (dicono, non ho verificato personalmente) su vari giornali e per questo si fa pagare. Perché è carino (dicono, non ho verificato personalmente) e vive molto coltivando il suo personaggetto. Perché gli è girato di fare pure il regista e ha fatto un film orribile (dicono, non ho verificato personalmente). Bene, e la scrittura? E i libri?
Ricordo quando parecchi anni fa mia madre, o forse mia sorella, mi passò il libro appena uscito di una scrittrice sconosciuta, dal titolo “Và dove ti porta il cuore”. Lo lessi e mi piacque. Non avevo avuto neanche il tempo di metabolizzarlo, che il libro in questione divenne, come si dice, una specie di “caso editoriale”. Si vendeva come il pane. Lo si trovava in prima fila nei supermercati e negli autogrill. Immediatamente esplose il coro unanime della critica: letteratura per commesse. Scritto con un dizionario di duecento parole. Fa facile leva su sentimenti buoni e scontati. L’autrice è reazionaria e destrorsa. Un caro amico, ridendo, mi disse: ma come diavolo ha fatto ad esserti piaciuto. Non ricordo cosa gli risposi; forse boh, mi è piaciuto e basta. Sfido chiunque a trovare una risposta migliore, e in ogni caso non credo che lui l’avesse letto.
Il dubbio è che a volte, indipendentemente dal talento e dalla capacità di scrivere, è il successo che è difficile perdonare. Chi vende tanto e si vede troppo in giro è, quanto meno, “sospetto”. Perché se piace a tutti, o a troppi, allora è ovvio che fa cose facili, un po’ come la televisione; perché ha trovato il minimo comun denominatore; perché il suo successo è invariabilmente frutto di un ben orchestrato battage pubblicitario. Perché il vero artista, il vero letterato, deve essere per forza quello che nessuno compra e che nessuno capisce, tranne qualche sparuta élite in possesso degli strumenti culturali idonei. O no? Allora, tanto per dire, gente come McEwan o come Philip Roth sono degli impostori?
A questo punto dovrei fare una specie di “excusatio non petita”, prevenire chi dirà che probabilmente la mia ignoranza culturale non mi permette di capire la differenza tra grande letteratura e romanzetti per commesse, fornendo un quadro delle mie basi culturali, snocciolando una sfilza di nomi eccellenti presenti nella mia biblioteca – ovviamente senza dimenticare i classici russi, i giapponesi e magari pure quelli arabi e indiani – per far capire a chi mi leggerà che sto parlando con cognizione di causa. Sorry, non ne ho voglia. Come non ho voglia di condizionare il piacere e l’emozione di quello che leggo con vari “sì, ma” (sì, ma è un commerciante che specula sulla sua immagine; sì, ma fa leva su sentimenti troppo facili; sì, ma è un reazionario; sì, ma ha rinchiuso sua trisnonna in un ospizio; sì, ma si mette sempre delle cravatte orribili e gli puzza il fiato, ecc.). Un libro è una parentesi, nella nostra vita e anche in quella del suo autore, che si collega con un non ben definito altrove; lasciamo questa parentesi chiusa e gustiamoci l’altrove, prego. E’ meglio per noi, meglio per l’autore e meglio anche per la letteratura e l’arte in genere.
-Poscritto-
Un esempio di “critica” trovata su internet: un sito letterario, con
una sezione di “autori da buttare” abitata, guarda un po’, solo da Baricco; c’è anche
una seconda pagina. Evito i commenti sul testo, che si commenta ampiamente da solo; però ho trovato molto divertente la risposta alla domanda di un giovane: “Va bene, lei dice di non leggere Baricco, ma allora cosa leggiamo?” Il critico snocciola una serie di nomi stranieri a me totalmente sconosciuti, ma che a questo punto mi ha fatto del tutto passare la voglia di conoscere; poi passa al setaccio gli italiani. Salva Tondelli (una vera fortuna morire giovane, così nessuno ha potuto accusarlo di essersi messo a cavalcare il suo successo), il Boccalone di Palandri (lo lessi tanti anni fa e mi disse talmente poco che non lo ricordo affatto, forse dovrei riprenderlo in mano giusto per vedere che c’è scritto dentro), Jack Frusciante di Enrico Brizzi e nient’altro di suo (errore, J.F. è un romanzetto rosa adolescenziale particolarmente ben scritto – d’altra parte non poteva essere diversamente visto che l’autore quando lo scrisse era appunto un adolescente o poco più - , molto meglio, dal punto di vista formale e contenutistico, il successivo durissimo Bastogne), la saga degli Antò di Silvia Ballestra e nient’altro di suo (concordo), sconsiglia De Carlo (boh, ho letto un solo suo libro, Yucatan, che ho trovato inconcludente, proprio nel senso che manca di una conclusione, poi non so), ma è esilarante il giudizio lapidario su Stefano Benni, “un pennivendolo che scrive a cottimo” (Benni farebbe bene, a mio parere, a tenersi lontano dai romanzi, che risultano essere invariabilmente tutti cloni di un modello particolarmente riuscito ma ormai superato, mentre è geniale quando scrive racconti brevi o poesie); e quello su Michele Serra, “disprezzabile per la sua avarizia mentale” (Serra è un eccellente giornalista opinionista, ma non si è mai considerato uno scrittore o poeta, se non per gioco – si intenderà forse questo per avarizia mentale?)
La collezione di strumenti musicali del Castello Sforzesco di Milano si è arricchita di alcuni nuovi pregevoli pezzi: oltre al clavicembalo di Ruckers, ai violini di Amati e di Guarnieri ora ci sono anche le apparecchiature dello studio di fonologia della Rai di Milano, quelle con cui, dagli anni Cinquanta ai Settanta del secolo scorso, avevano operato musicisti come Berio, Maderna, Cage, Nono.
E’ stata una bella emozione vederle. Un po’ per la tenerezza che fanno quei costosissimi (all’epoca) armadi, con manopole grosse come pugni, l’equivalente dei vecchi “cervelli elettronici” a bobinone che si vedevano nei film di fantascienza, pensando che già negli anni Settanta un sintetizzatore Moog o Arp offriva molte più possibilità, per non dire, oggi, di un qualsiasi programmino di sintesi scaricabile gratuitamente da internet; un po’ per il fatto di essere stati sistemati, sia pure sotto vetro, negli stessi locali dove ci sono tanti altri pregevolissimi strumenti “tradizionali”, asserendo quindi una continuità tra questi e quelli, che probabilmente non tutti sono disposti a recepire ed accettare; un po’ perché è inevitabile un senso di amarezza, pensando a cosa era la RAI a quei tempi, in cui non solo aveva tre o quattro orchestre sinfoniche nazionali e relativi cori, pubblicava dischi e libri e promuoveva stagioni musicali, ma metteva anche a disposizione di musicisti e compositori strumenti così particolari ed evoluti, e che cosa è diventata oggi. C’è da stupirsi, anzi, del fatto che quelle apparecchiature, dismesse all’inizio degli anni Ottanta, siano sopravvissute integre fino ad oggi, e che nessuno abbia pensato di liberarsene ritenendole inutili ferri vecchi.
Per capire di cosa si parla, gustatevi questo bel video.
Finalmente la ferrovia Torino-Ciriè-Lanzo-Ceres ricomincia a funzionare per il suo intero percorso...
(Almeno spero).
